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L’Italia è un paese di gente matura:  nel 2019 infatti risulta che ci sono 173,1 anziani (over 65) ogni 100 giovani (under 14). Ma questa è cosa nota, non rappresenta di per sé una notizia. Gli effetti di questa notizia però possono sfuggire ad occhi poco attenti.

Succede così che in piena emergenza Covid-19, come hanno titolato molti giornali e siti web con sdegno e disapprovazione, i bambini siano stati dimenticati.

Affermazione sacrosanta, testimoniata dal fatto che ad oggi (22 maggio 2020) le scuole e i parchi gioco sono ancora chiusi e ben lontani da una riapertura. Ma qual è il corto circuito che fa saltare il filo logico di questo discorso? Perché i bambini sono stati dimenticati? Leggi il seguito di questo post »

C’era una volta un mondo di Grandi e bambini,
tutto colorato e pieno di rumori, spesso anche fastidiosi. Un mondo fatto di bacini, abbraccioni, giochetti, corse nei prati e passeggiate al centro commerciale ma anche di marachelle tra i banchi di scuola oppure tra le mura di casa. Insomma c’era una volta un mondo normale. Così era chiamato. E così era sempre stato descritto.

Normale. Che parola strana! La regola prevedeva che ci si potesse incontrare nel parco per giocare a palla, oppure andare dai nonni per essere coccolati, oppure dagli zii per fare delle belle birbonate di nascosto da mamma e papà. Ma non solo: si doveva andare a scuola e magari si poteva anche giocare a calcio o nuotare in piscina o fare danza. Ma, si sa, le norme e quindi le regole sono sempre state fatte per essere trasgredite.

E così un giorno non meglio definito avvenne che un esserino di nome Virus, di solito ignorato da tutti per le sue piccole dimensioni e per il suo aspetto bruttino, con la faccia piena di brufoli, decise di volere cambiare le cose. Uscito da chissà dove, trovò in una stanzetta una corona giocattolo ormai abbandonata e se la mise subito in testa. Gli stava anche un po’ grande! Ma aveva deciso di essere il re del mondo e non se ne preoccupò. Leggi il seguito di questo post »

Proprio ieri sera eravamo a cena, tutti seduti intorno alla tavola: Alessandro, Greta ed io. Sentivamo le ultime notizie del telegiornale, ormai purtroppo monotematicamente dedicato al Covid-19. Ad un certo punto, in maniera quasi inaspettata, abbiamo sentito le vocine di tanti bambini (700!) cantare il Nessun dorma di Puccini e in video, al posto del viso dei dottori o dei politici, sono apparse tante faccine diverse e colorate.

“Bimbo, bimbo!” ha subito gridato Greta! Con un sorrisone di quelli che fa lei e che farebbe sciogliere in un secondo un intero iceberg del polo sud!

Greta è una bambina di 17 mesi. Ricciolona, biondina e con gli occhi azzurri e tanta, tanta voglia di divertirsi. Non è mai andata al nido ma ha sempre frequentato altri bambini. Lo ha fatto con piacere e con la voglia e la curiosità di scoprire altri esserini piccoli come lei, anche se non uguali a lei. Era questo l’aspetto che più la incuriosiva. Capelli diversi, occhi diversi… voce diversa.

Ormai è da più di un mese che non gioca insieme a loro ma quel ricordo non l’ha certo abbandonata. Leggi il seguito di questo post »

Non sono una virologa né tanto meno un medico ma mi piace osservare la realtà. E quello che sto vedendo in questi ultimi giorni a proposito del Coronavirus (Covid-19) rappresenta per me la sconfitta di buona parte del sistema informativo italiano.

Negli ultimi anni siamo stati abituati a credere che “comunicare” in fin dei conti non fosse un mestiere ma quasi un’inclinazione personale che oggi, con i social e l’accesso al web, tutti possono sviluppare, coltivare e fare fruttare. Titoli come “Notizia bomba: clicca qui per conoscere le ultime novità” sono all’ordine del giorno. Fotografie ad effetto accompagnate da rimandi ad articoli privi di reali contenuti sono frequentissime. Così come le dirette infinite “dai luoghi del problema”. Servizi esclusivi e scoop con musiche di sottofondo adrenaliniche sono così comuni da avere addirittura perso il loro reale significato.

Piccoli e grandi escamotage che ormai non sono neanche così efficaci ma che nascondono un unico obiettivo: non quello di informare ma solo quello di ottenere il maggiore numero di click, ascolti o lettori. Ma fino a che questa dinamica perversa era (ed è) sfruttata per fini elettorali o di marketing, la cosa poteva dare fastidio e innervosire chi la pensava diversamente ma non produceva poi così grandi danni (e su questo onestamente ci sarebbe da discutere a lungo!), almeno a breve termine.

In questi giorni, invece, stiamo vedendo come il sistema informativo italiano abbia in un certo modo fatto tilt. Anni fa un professore, mentre redigevo la mia tesi universitaria, mi disse: per fare una buona comunicazione di emergenza serve una oculata gestione degli avvenimenti, una distribuzione di notizie selezionate, utili, chiare e per quanto possibile, mai contraddittorie.

Ecco, oggi accendendo la tv, leggendo i giornali e consultando i social quello che vedo è l’esatto opposto. E le conversazioni con amici e conoscenti lo confermano.

Nel giro di poche ore siamo passati da frasi come “il Coronavirus non ci riguarda da vicino perché siamo un paese davvero ben organizzato dal punto di vista sanitario” a “l’Italia è il terzo paese al mondo per numero di contagi”.

Quando avvengono contraddizioni così eclatanti è evidente che c’è qualcosa che non ha funzionato: perché una comunicazione non coerente genera giustamente caos e il caos, specie quando si parla di salute, genera panico, ingrediente che non produce effetti positivi, specialmente quando interessa milioni di persone.

In situazioni di emergenza in cui non si sa quello che accadrà domani, si ha il dovere di diffondere solo notizie certe, pesando le parole, scegliendo le modalità migliori per darle, selezionando chi dovrà assumersi il compito di diffonderle. Sì perché proprio in queste circostanze è fondamentale individuare un volto del quale le persone si possono fidare e dal quale sanno di potersi aspettare novità e aggiornamenti certi. Disperdere questo flusso di informazioni ne fa venire meno l’autorevolezza.

E così oggi il finto messaggio whatsapp diventa quasi più credibile di un comunicato stampa dello Spallanzani. Fare comunicazione, specie in situazione di emergenza, non è un gioco. E non è per tutti.

Durante le emergenze chiunque ha bisogno di punti di riferimento, perché sapere di essere in pericolo senza qualcuno che ha la situazione sotto controllo è la cosa peggiore che possa esistere.
Sapere, invece, di vivere una difficoltà sapendo che esiste una organizzazione di persone, enti e addetti ai lavori che è a lavoro giorno e notte e sa come muoversi per rendere il buio meno scuro, offre sicuramente un bagliore sul futuro. Specialmente poi quando questo accade sul serio!

Ecco, non sono un virologo ma posso modestamente dire che, seppure qualcuno ci avrà sicuramente provato, in pochi sono riusciti ad offrire quella luce fatta di autorevolezza, fiducia e serietà.

Ed in questo fallimento, una parte della responsabilità è anche di noi tutti che a forza di screditare la professionalità di tutto e tutti (di quel fatidico sistema tanto avversato), ora ci ritroviamo con un guscio di noce in alto mare ed in mezzo alla tempesta non sapendo come e se arrivare a terra.

La speranza è che il vento cali, le onde si abbassino, il comandante sappia riprendere saldamente in mano il timone e riportare la scialuppa sulla giusta via, traendo i giusti insegnamenti da questa brutta avventura.

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